
Trovami un modo semplice per uscir(n)e: Appunti su musica dal vivo, accessibilità e sostenibilità.
Quando abbiamo aperto le porte di Baumhaus, a ottobre 2025, non sapevamo esattamente cosa sarebbe successo. Sapevamo di avere uno spazio raccolto ma non chiuso, il più possibile accessibile, con un’acustica su cui avevamo lavorato molto e un impianto pensato per ascoltare bene. Sapevamo anche di voler costruire una programmazione riconoscibile senza essere prevedibile: concerti, dj set, talk, ascolti, incontri, comunità temporanee che per una sera si formano davanti a un palco e poi magari restano, cambiano forma, tornano. Quello che forse non sapevamo è che, in pochi mesi, questo spazio sarebbe diventato un luogo familiare per tante persone.
Hanno attraversato Baumhaus artistə, musicistə, dj e un pubblico curioso. Chi è entrato per un live e ha scoperto un dj set, chi è venuto per ballare e si è trovato dentro un ascolto inatteso, chi ha scelto di comprare un biglietto anche senza conoscere bene il nome in locandina.
Una stagione però non si costruisce soltanto mettendo in fila dei nomi, ma attraverso alleanze, fiducia e punti di vista condivisi.
In questi mesi abbiamo lavorato con collettivi, realtà cittadine, artistə e progettualità che ci hanno aiutato a immaginare Baumhaus come un luogo di ricerca, ascolto e costruzione di comunità. Esperienze come TANCA Fest ci hanno confermato che anche uno spazio contenuto e ancora giovane può diventare il luogo giusto per proposte che hanno bisogno di tempo, attenzione e prossimità.
Come prima cosa, quindi, ci teniamo a ringraziare chi ha attraversato Baumhaus e ci ha dato fiducia. È anche da questa fiducia che nasce una domanda concreta: come si tiene aperto, nel tempo, uno spazio accessibile, curato e capace di sperimentare? Quando parliamo di concerti, club e spazi culturali, inevitabilmente parliamo anche della loro sostenibilità o, sempre più spesso, della loro insostenibilità economica. Il punto non riguarda soltanto Baumhaus. Se vogliamo che esistano spazi capaci di rischiare, programmare artistə e progetti meno prevedibili, curare il suono, pagare il personale artistico, tecnico e chi si occupa della programmazione, mantenere prezzi accessibili senza trasformarsi semplicemente in bar con palco, dobbiamo ripensare insieme il modo in cui questi spazi stanno in piedi.
Per anni molti eventi sono stati sostenuti da una combinazione fragile ma, in qualche modo, funzionante: un po’ di contributi pubblici, qualche sponsor, molto lavoro non evidenziato nei budget e tanto consumo al bar. Quel modello oggi non basta più. I costi sono aumentati, gli stipendi sono sempre gli stessi o addirittura scendono, i bar non girano più come prima, l’attenzione è più dispersa e le piattaforme hanno cambiato il modo in cui scopriamo, ascoltiamo e attribuiamo valore alla musica.
Bologna, intanto, è sempre meno un rifugio accessibile e sempre più una città in cui appartenere costa: costano gli affitti, costa uscire, costa restare, costa produrre cultura, costa anche solo avere il tempo e lo spazio necessari per attraversarla.
Una città può continuare a generare desiderio e valore mentre la partecipazione culturale diventa sempre più un privilegio?
L’accessibilità non può essere costruita comprimendo il lavoro. Allo stesso modo non possiamo risolvere tutto aumentando il costo dei biglietti, perché finiremmo per rendere la musica dal vivo accessibile sempre a meno persone. È dentro questa tensione che si gioca una questione politica: chi sostiene economicamente ciò che consideriamo importante, ma che il mercato da solo non riesce a rendere possibile?
Non pensiamo che il sostegno pubblico debba sostituire la responsabilità degli spazi, la capacità di compiere scelte e di costruire economie proprie. Ma se uno spazio produce formazione, lavoro, socialità, accesso e possibilità culturali, il suo sostegno riguarda il tipo di città e di società che si vuole costruire.
Un luogo culturale non può essere riconosciuto come bene collettivo nei discorsi pubblici e poi essere lasciato interamente al mercato quando bisogna pagare finanziamenti, affitti, personale, sicurezza, tecnica, permessi, energia e cachet.
Allo stesso modo non possiamo dipendere soltanto da bandi temporanei ed emergenziali, costringendo realtà già fragili a ricominciare ogni volta da zero. Il punto, però, non è soltanto chiedere più risorse. È immaginare strumenti diversi e guardare anche ai modelli che, in altri contesti (Regno Unito con il Music Venue Trust e benefici fiscali per chi mantiene viva la città di notte, la Germania con il Live Music Fund) provano a distribuire in modo meno squilibrato il valore prodotto dalla musica dal vivo.
Sistemi di ticketing più equi, nei quali dati, commissioni e legame con il pubblico non vengano interamente ceduti a piattaforme esterne. Forme di abbonamento e membership che non siano soltanto programmi fedeltà, pacchetti promozionali o sconti, ma dispositivi di co-tutela: modi per condividere una parte del rischio e dare continuità a una programmazione che non può dipendere ogni volta dal nome più conosciuto.
Servono meccanismi di redistribuzione interna alla filiera, perché una parte del valore generato altrove possa tornare a sostenere i luoghi nei quali lə artistə iniziano, provano, sbagliano e crescono. Servono strumenti pubblici più stabili, fondi dedicati agli spazi di prossimità, agevolazioni e forme di sostegno che riconoscano il lavoro culturale ordinario e quotidiano, non soltanto il singolo progetto o il grande evento. Servono anche forme mutualistiche capaci di mettere in comune servizi, competenze, attrezzature, spazi e risorse, invece di lasciare ogni realtà sola a competere per lo stesso pubblico, lo stesso bando e le stesse poche opportunità.
Anche la forma cooperativa, per noi, nasce da questa necessità: provare a condividere strumenti e rischi e fare in modo che una parte del valore prodotto dagli eventi possa sostenere anche percorsi educativi, occasioni di lavoro e progetti che da soli avrebbero meno possibilità di esistere. E viceversa.
Non abbiamo soluzioni già pronte, ma pensiamo che questa discussione debba diventare concreta e continuativa:
quali strumenti economici, pubblici, mutualistici e di redistribuzione possiamo costruire per non ritrovarci ogni volta in equilibrio precario?
Allo stesso tempo il pubblico non può essere soltanto un numero da contare o una platea da riempire. È una parte del modo in cui uno spazio prende forma, capisce sé stesso, sbaglia e continua. Non vogliamo costruire la fedeltà a un marchio, ma un rapporto di fiducia con persone disposte, qualche volta, a entrare anche senza avere già tutte le risposte: senza conoscere l’artista, senza sapere esattamente che cosa ascolteranno, senza scegliere soltanto sulla base della visibilità accumulata altrove.
Anche la libertà di programmare dipende da questo. Se ogni evento deve dimostrare in anticipo di poter funzionare, la programmazione smette di essere una ricerca e diventa amministrazione del consenso già esistente. Si invita ciò che è già riconoscibile, si replica ciò che ha già funzionato secondo l’algoritmo e si riduce progressivamente lo spazio dell’errore, della scoperta e del rischio.
Il problema non è convincere le persone a consumare più cultura per salvare i locali. È costruire condizioni nelle quali il valore di uno spazio non dipenda soltanto dal risultato economico di ogni singola serata.
Una stagione contiene eventi pieni e serate più fragili, nomi conosciuti e scommesse, risultati economici e investimenti che maturano lentamente. Tenerla insieme significa riconoscere che non tutto deve funzionare subito e separatamente: alcune cose acquistano senso proprio perché ne rendono possibili altre.
Difendere una programmazione culturale significa dare tempo, spazio e possibilità anche a ciò che non ha ancora dimostrato di essere vincente. Significa difendere il diritto di tentare senza conoscere già il risultato: un concerto che non avevi messo in conto, unə artistə che non conoscevi, un suono che ti sposta, una stanza dove, per un paio d’ore, non sei soltanto consumatore, cliente o target, ma parte di una scena possibile.
Tenere aperto uno spazio significa, prima di tutto, tenere aperta questa possibilità.